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PATAGONIA ( Cile Argentina )

viaggio in una realtà fuori dal tempo

gennaio febbraio 2007

L’Argentina è, per estensione, uno dei maggiori paesi al mondo. Da Nord a Sud ha una lunghezza di circa 3.500 km.. Le Ande verso ovest la dividono dal Cile, nella parte centrale la catena si restringe e si fa più impervia, raggiungendo la massima elevazione con l’Aconcagua (6962 m.) e presenta cordoni montuosi con direzione Nord-Sud separati da pianure saline e laghi poco profondi. Le Ande patagoniche sono ricoperte da nevi perenni e da ghiacciai. La Patagonia è la regione argentina a sud del Rio Colorado, compresa tra le Ande e l’Atlantico. E’ caratterizzata dai più grandi ghiacciai dell’emisfero meridionale (fatta eccezione per l’Antartide) e dalla steppa utilizzata a pascolo dalle numerose e isolate Estancias (fattorie). L’estremità meridionale argentina è costituita dall’arcipelago della Terra del Fuoco, che il paese condivide con il Cile. L’isola Grande separata dalla terraferma dallo Stretto di Magellano ospita la città abitata più a sud del mondo, Ushuaia, affacciata sul canale di Beagle. L’Antardide, che dista circa 1000 km. da Capo Horn ha una superficie maggiore di quella europea e contiene, sotto forma di ghiaccio, due terzi dell’acqua dolce del pianeta. Pur essendo il continente più desolato della terra (l’unico senza una popolazione) è conteso da vari stati. In base ad un accordo internazionale del 1959, l’Antardide può essere sfruttato solo per scopi scientifici. Dieci paesi possiedono basi di ricerca sul suo territorio.

L’agricoltura dell’Argentina è uno dei settori chiave dell’economia del paese. Complessivamente, l’export dei prodotti agricoli rappresenta oltre il 55% dell’export globale. Poi ci sono le risorse naturali – petrolio, gas – e l’industria, che oggi è tra le più moderne e diversificate dell’America Latina. Il Paese stava naufragando trascinato da un’inflazione del 5000% l’anno ma il colpo di bacchetta magica del Ministro dell’Economia Domingo Felipe Cavallo ha ridato nuovo valore al pesos che, per legge, dal primo gennaio 1992 è stato parificato al dollaro statunitense. Per fortuna oggi la situazione per il turista è migliorata di molto, un euro vale quattro pesos.

La geografia cilena invece occupa una lunga e stretta fascia di terra sulla costa pacifica del continente latino-americano e si estende per circa 4.300 km. da Nord a Sud, mentre la Cordigliera delle Ande – colonna vertebrale del continente – attraversa tutto il paese e segna il confine con l’Argentina. La sua estensione rende il Cile un paese straordinariamente ricco di paesaggi diversi: si passa dai picchi rocciosi andini – che superano i 6000 metri – ai vulcani innevati, dagli aridi deserti ai fiordi ghiacciati, dai laghi montani alle spiagge sabbiose. Aspra e selvaggia la Patagonia cilena ha una densità di popolazione tra le più basse del mondo. Da Puerto Montt alla Terra del Fuoco si frantuma in una miriade di isole: la cosiddetta “zona dei canali”. Profondi e intricatissimi fiordi alimentati da una fitta rete fluviale, montagne inaccessibili e ghiacciai eterni, che si gettano nell’oceano, contornati da una vegetazione esuberante, rappresentano uno scenario suggestivo che Charles Darwin chiamò “Deserto Verde”.

Da quando Darwin esplorò la zona, oltre un secolo e mezzo fa, quasi nulla è cambiato. Dopo diciassette anni di dittatura militare di Pinochet, nel 1990 il Cile è tornato ad un sistema di democrazia. L’Isola di Pasqua che si trova a 3.700 km. al largo nell’Oceano Pacifico è territorio cileno.

Dopo 19 ore di volo Milano/Roma - Roma/Buenos Aires – Buenos Aires/ El Calafate, Atterriamo in Patagonia. El Calafate era una stazione di posta fondata nel 1927, oggi è un villaggio turistico densamente abitato. La città è tappa obbligata per chi si trova in Patagonia perché è da qui che partono le escursioni per uno dei parchi più famosi e spettacolari del Sudamerica: quello di Los Glaciares. Il nome deriva da un arbusto selvatico molto diffuso: Berberix Buxifolia più conosciuto come “Calafate”. L’essenza arborea ha rami molto spinosi, che fanno un bel fiore giallo e producono carnose bacche blu, simbolo della flora della zona. Secondo un detto locale, chi assaggia i frutti verrà stregato dallo spirito della Patagonia e non potrà dimenticarla. La città pur non essendo bella è tuttavia molto animata e la via centrale pullula di turisti provenienti da tutto il mondo. La zona è un deserto di rocce tormentate dal vento che qui soffia incessantemente, un paesaggio aspro che ricorda l’alba dei tempi. Da questo luogo comincia il nostro itinerario che nell’arco di tre settimane ci porterà sulle orme di Charles Darwin e dei grandi esploratori che hanno sfidato le montagne granitiche e i ghiacciai eterni dello Hielo Continental. Il naturalista inglese Charles Darwin accompagnato dallo scozzese Robert Fiz Roy amico e compagno d'avventura si inoltrò nella pampa dove ancora le tribù di Indios Tehuelche vivono della caccia al guanaco.

La vastità della pianura impedisce ai due viaggiatori britannici di raggiungere i grandi laghi (oggi il Lago Argentino e il Lago Viedna) ai piedi della Cordigliera delle Ande. All’orizzonte, però compare in tutta la sua eleganza, una possente montagna rocciosa, quella vetta perennemente circondata da nuvole che si chiama Chaltèn, “la montagna che fuma”, una spettacolare piramide di ghiaccio e granito che alle prime luci dell’alba assume una colorazione giallo –rosata. Darwin, la dedica al suo fido compagno d’avventura. Oltre al già citato Chaltèn, in questa zona, si trova un’altra delle montagne più difficile al mondo: il Cerro Torre. Qui, Toni Egger, vincitore del Torre con Maestri nel 1959: morì tragicamente durante la discesa. La loro via, tracciata sulla parete Nord e conclusa il 31 gennaio 1959, non è mai stata ripetuta. All’alba, è prevista l’escursione al Perito Moreno uno dei pochi ghiacciai al mondo in fase d'avanzamento.

Enormi Iceberg si staccano continuamente dalle sue pareti e vanno alla deriva nel Canale de Los Témpanos, nel Lago Argentino, il più grande del Paese.

Sul confine tra l’Argentina e il Cile, a lungo conteso tra i due Paesi, lo Hielo Continental copre una superficie di 22.000 chilometri quadrati, più di cinque volte l’estensione totale delle Alpi. Verso Ovest in Cile, le lingue di ghiaccio scendono verso il mare avvolte dalle nebbie e dalle continue piogge del Pacifico. Sul versante orientale, in Argentina, i ghiacciai tra cui: Upsala, Agassiz e Moreno, degradano verso le acque azzurre dei laghi, che gli iceberg attraversano, spinti dal vento, in direzione della pampa.

Davanti ai nostri occhi si estende un fronte ghiacciato bianco-azzurro alto più di 70 metri e largo circa 5 chilometri. Il ghiacciaio è straordinario anche quando il tempo è nuvoloso perché assume un colore sempre diverso e lo spettacolo non è mai monotono. Sopra un caos di blocchi, crepacci e pinnacoli si protendono a perdita d’occhio, come un bianco mare in tempesta, fino alle lontanissime montagne sullo sfondo. Sembra di essere davanti ad un immenso fiume cristallizzato, apparentemente immobile. In realtà il ghiacciaio si muove e ne sono prova, gli improvvisi boati provocati dal crollo di pezzi di parete nelle acque gelide blu opale del lago, di questa gigantesca fabbrica del freddo, che muore e rinasce ogni giorno.

Rimanendo nell'attesa anche pochi minuti è facile sentire qualche schianto: ci si gira in direzione del rumore appena in tempo per vedere l’onda che si crea. Quando invece il seracco è molto grande si riesce ad assistere a buona parte dello spettacolo. La navigazione sotto l’enorme parete ghiacciata è esaltante. Una comoda strada, quasi del tutto asfaltata, conduce alla sommità di un promontorio roccioso che fronteggia il ghiacciaio. Alcune terrazze panoramiche con sentieri recintati che le collegano fra loro permettono una visione d’incomparabile bellezza. Il Parco Nazionale Los Glaciares fu creato nel 1937, ed è stato successivamente inserito nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Una seconda crociera ci porta a diretto contatto con i ghiacciai: Spegazzini, Cristina, Upsala e Onelli. Un’avventura in un’atmosfera glaciale di rara bellezza. I fiordi che collegano il Lago Argentino ai ghiacciai, sono invasi da enormi iceberg che rendono, a volte, difficoltoso il transito. La navigazione si carica di aspettative, i passeggeri sfidano il vento dai ponti dell’imbarcazione, gli occhi puntati in avanti. Poi all’improvviso il colosso bianco. Ci si avvicina un po’ timorosi agli iceberg che l’assenza di ossigeno rende turchesi, irreali, quasi trasparenti. Il lago a volte è punteggiato da piccoli blocchi di ghiaccio che in lontananza sembrano una distesa infinita di candidi fiori bianchi, una sinfonia di bianco e blu sospesa nelle acque lattiginose della fusione.

Da El Calafate, dopo aver attraversato la frontiera al passo di Cancha Carrera / Cerro Castillo con mezzo di trasporto pubblico – comodo, pulito e rispettoso degli orari – per buona parte su strada sterrata (si sta completando sia dalla parte argentina sia da quella cilena la nuova strada asfaltata) ci porta a Puerto Natales in Cile. Puerto Natales è la classica cittadina di mare con cigni, gabbiani e cormorani che volteggiano sopra il porto, sferzato continuamente da un vento gelido. Città di circa 18.000 abitanti è il miglior punto d’accesso per il Parque Nacional Torres del Paine. Creato nel 1959, il Parco è una delle meraviglie del Sud America per la bellezza e la varietà dei suoi panorami quasi vergini. La struttura geologica si creò 12 milioni d’anni fa, ed è questa la causa delle sue ardite guglie granitiche che si elevano fra laghi azzurri e foreste verdissime. Il Parco ha una superficie di 18.000 ettari e la sua quota sul livello del mare varia tra 20 e 3050 metri. Qui gli amanti dell’avventura potranno cimentarsi in escursioni con diversi gradi di difficoltà: dal trekking alla mountain-bike, dal cavallo al rafting o all’alpinismo.

Per visitare il parco è consigliabile essere equipaggiati in modo adeguato per poter affrontare qualsiasi cambiamento climatico che in questa zona può essere freddissimo.

Prima di raggiungere il parco, visitiamo la grotta dove fu rinvenuto il Milodonte, uno strano animale vissuto migliaia d’anni fa e dalla cui scoperta ha origine la trama del famoso libro di Bruce Chatwin “In Patagonia”. La Cueva del Milodonte sul Last Hope Sound nella Patagonia cilena è la grotta in cui Charley Milward – capitano di un mercantile colato a picco all’entrata dello Stretto di Magellano  - trovò i resti del Milodonte che ora sono esposti al British Museum di Londra.

Il tratto Puerto Natales – Lago Grey obbliga ad un percorso di oltre 400 km. quasi tutto su sterrato. Il Parco è un meraviglioso cancello d’ingresso alla Patagonia cilena, la regione che più di altre ha lasciato un profondo segno nell’immaginario collettivo. Qui si possono ammirare i canali e i fiordi dove la Cordigliera delle Ande si getta nel mare con i suoi ghiacciai millenari e i laghi che circondano le vette più alte. La visione delle Torri del Paine – tre incredibili pinnacoli di roccia – costituiscono l’icona del parco.

Laghi, fiumi e cascate favoriscono l’estendersi di una fitta foresta popolata da ricca fauna: più di 25 specie di mammiferi, tra cui guanachi, volpi rosse e grigie, puma e oltre 115 uccelli tra cui il Nandù e il maestoso Condor, che volteggiava sopra le nostre teste come un aquilone nel vorticoso gioco delle correnti. Il Parco, è uno dei luoghi più visitati ed autentici del pianeta, nel 1978 è stato dichiarato Riserva Mondiale della Biosfera.

Alla sera, stanchi ed infreddoliti ci si rifugia in un accogliente ristorante per gustare una vera prelibatezza gastronomica: la centollas, comunemente noto come granchio gigante. La polpa è deliziosa ed è più pregiata e costosa di quella dell’aragosta.

Una nuova trasferta con i mezzi pubblici ci porta da Puerto Natales a Punta Arenas, città situata ai piedi delle Ande sulle rive occidentali dello Stretto di Magellano. La città fu fondata nel 1848 come colonia penale lungo lo stretto. Il centro ruota attorno a Plaza Munoz Gamero dove l’architettura mostra segni di un antico splendore a cavallo del '900.

In mezzo a numerose conifere spicca il monumento dedicato a Ferdinando Magellano, con la statua del viaggiatore e due indios a simboleggiare la Tierra del Fuego e la Patagonia. L’edificio più bello (inizio ‘900) è “Casa Braun – Menendéz”, oggi museo, che per lungo tempo è stata residenza dei discendenti delle due famiglie che hanno segnato la storia della zona. Il museo ospita un'interessante collezione di fotografie storiche. Punta Arenas è zona franca, quindi gode di agevolazioni che hanno promosso il commercio locale. L’imbarco sulla motonave “Mare Australis” è previsto nel tardo pomeriggio e da qui comincerà una nuova ed appassionante avventura che ci porterà a Capo Horn. Il confort a bordo è di livello elevato con limitato numero di passeggeri che permette frequenti sbarchi in luoghi spettacolari e la possibilità di vedere panorami continuamente diversi. Dopo aver navigato sullo stretto di Magellano e su alcuni fiordi interni si esce verso l’Oceano Pacifico per rientrare nuovamente all’interno navigando tra moltissime isole e così portarci verso il ghiacciaio Marinelli. Prima escursione – in gommone – nella Baia Ainsworth per una passeggiata tra le foreste megallaniche e per vedere una colonia di leoni marini. Interessantissima la descrizione della flora locale, agevolata dal numero ridotto di partecipanti – dieci e tutti italiani -. Ogni guida accompagnava i croceristi secondo la lingua d'appartenenza. Nel pomeriggio sempre in gommone e zigzagando tra gli iceberg si visitano gli isolotti Tucker per osservare i pinguini di Magellano, i cormorani ed altri volatili. L’escursione non prevede lo sbarco perché è zona protetta e non si possono contaminare gli isolotti con la presenza umana.

Il giorno successivo la navigazione prosegue nel fiordo Pia con relativa discesa in prossimità del ghiacciaio. Una breve scalata verso una terrazza naturale con vista sul ghiacciaio fa restare tutti a bocca aperta. Il freddo comincia a farsi sentire ma il servizio ristoro che segue sempre ogni escursione con bevande calde e whisky che risolleva gli animi. Quasi due ore a contatto con il ghiacciaio e con lo scenario naturale che lo circonda, ripaga del freddo che inevitabilmente si fa sentire. L’ingresso nel Canale di Beagle lungo la “Avenida de los Glaciares o viale dei ghiacciai” più conosciuta come “la Cordigliera di Darwin” che racchiude le montagne più remote della terra, dà la possibilità – stando comodamente seduti e riparati dal freddo – di vedere sfilare davanti ai nostri occhi i ghiacciai: Espana, Romanche, Alemagna, Italia – che strappa un caloroso applauso da parte dei croceristi – e Hollanda.

Il canale prende il nome del brigantino di Darwin, che toccò queste terre nel 1833, dopo cinque anni di navigazione. Il più antico insediamento indigeno della Terra del Fuoco è stato rinvenuto proprio sul canale, a Tunel. Degli antichi abitanti dell’isola incontrati dai primi esploratori europei non rimangono oggi che discendenti meticci. Il resto della navigazione è rilassante e piacevole e la vita di bordo è vivacizzata da conferenze, filmati e diapositive sui vari argomenti attinenti alla storia e le bellezze locali. L’uscita dal Canale di Beagle rende la navigazione un po’ più complicata che peggiora via via che si avvicina a Capo Horn. Dalla punta estrema del Cile, Capo Horn dista 172 Km.. Alle 06,00 del mattino ci vede già tutti equipaggiati in attesa di sapere se la discesa sarà possibile. Buona parte dei passeggeri non sarebbe comunque scesa e quando il comandante alle 06,45, in punto – come da programma – ha annunciato l’impossibilità dello sbarco abbiamo tirato tutti un sospiro di sollievo. Il vento soffiava a 110 Km. l’ora ed il mare era estremamente minaccioso. Il cielo, l’acqua e la rocca di Capo Horn avevano tutti lo stesso colore cupo e lo scenario era apocalittico. Siamo nel punto più meridionale del Continente, punto che per secoli ha costituito una delle zone più pericolose per la navigazione. Le onde dei due oceani che si scontrano è di per sé uno spettacolo nello spettacolo. In quel punto buona parte dei passeggeri, compreso il sottoscritto, ha avuto i noti problemi di stomaco.

Da qui chi vuole proseguire ha a disposizione una sola meta, l’Antartide che dista poco meno di 1000 Km.. Le emozioni di quel momento mi hanno fatto ricordare alcuni brevi passaggi di Bruce Chatwin nel suo libro “In Patagonia”. La descrizione riguarda Capo Pilar, la punta settentrionale dell’Isola Desolacion, che segna l’estremità della costa meridionale cilena:….Per cui il capitano disse: vedete anche voi che non c’è rimedio: o lo doppiamo o moriremo prima di mezzogiorno: perciò sciogliete le vele e affidiamoci alla misericordia di Dio….Le ondate irrompevano continuamente sulla poppa, alte da colpire le vele e con tale violenza che ci aspettavamo che queste si strappassero, o la nave si capovolgesse… Mentre eravamo nella morsa della morte, il nostromo riuscì a rimettere a posto la velatura e, sia per questo, o per effetto di qualche corrente o per il meraviglioso potere di Dio, come noi pensiamo in verità che sia stato, la nave accelerò l’andatura, e passò velocemente oltre la punta rocciosa, contro la quale temevano si sarebbe sfasciata….

La risalita verso l’Isola di Navarino e le migliori condizioni atmosferiche hanno permesso la discesa per visitare Puerto Williams che si trova a sud di Ushuaia ed è il villaggio abitato più meridionale del mondo. Una pista finisce a Puerto Navarino, l’altra si arena sull’erba umida di Caleta Eugenia, dove una minuscola casa dal tetto rosso fiamma mette la parola fine all’ultima strada delle Americhe. Il mondo degli uomini finisce qui, tra alberi scolpiti dal sole e dal vento.

Un’alba mozzafiato ci accoglie ad Ushuaia e lo sbarco è veloce e ordinato. Durante gli ultimi decenni Ushuaia ha conosciuto una rapida crescita ed espandendosi disordinatamente attorno al suo sito originario sul Canale di Beagle da villaggio si è trasformata in una città di oltre 50.000 abitanti. Iniziata nel 1869 ma fondata quindici anni dopo ebbe origine da una missione anglicana, stanziatasi qui per evangelizzare gli indios Yaghan. Il paesaggio circostante è uno dei più spettacolari ed è caratterizzato da vette glaciali frastagliate – fra cui spicca il ghiacciaio Martial – e verdi vallate.

Nel mare freddo e profondo si specchia la città. Il suo lungomare è un buon posto per osservare gli uccelli che sorvolano l’acqua.

Un’escursione alquanto insolita ed organizzata sul momento ci ha permesso di assistere alla manutenzione delle dighe da parte dei castori che lavorano e si fanno vedere solo ed esclusivamente di sera.  Si parte per Valle Hermoso per una serata a diretto contatto con la natura. La valle è una foresta in cui il colore verde sfuma in tonalità incredibili e ciò che colpisce è il contrasto dei vivacissimi colori della fioritura dei lupini giganti che qui sono spontanei. Il lupino è comunque l’essenza arborea più comune nei coloratissimi giardini privati.

Muniti di stivali alti al ginocchio per poter camminare nel terreno acquitrinoso della valle assistiamo increduli e in religioso silenzio al lavoro meticoloso di una famiglia di castori che come ogni sera ripara la sua mastodontica diga. La cena, in una piccola baita gestita da italiani costruita nei pressi delle dighe, ci vede uniti ad altri tre turisti: due brasiliani e uno spagnolo.

Ushuaia a differenza di tutte le altre città, non ha una piazza centrale, mentre a nord le strade diventano molto ripide, offrendo così belle vedute del canale di Beagle. L’Avenida Maipù, che taglia in due la città, prosegue ad ovest fino al Parque Nacional Terra del Fuoco. La città più meridionale del pianeta nonostante sia ormai troppo turistica, conserva un certo fascino. Ushuaia è un centro frizzante e un avamposto commerciale molto vivo. Rinomata stazione sciistica in inverno, d’estate è una tappa obbligata delle crociere verso l’Antartide e per noi una piacevole e rilassante pausa. Porto franco, ha portato varie multinazionali a fissare qui la propria sede centrale. Oggi ha anche una base navale. Capoluogo della Terra del Fuoco, ospita il museo Fin del Mundo, che espone una collezione di reperti delle antiche culture fuegine. L’arcipelago della Terra del Fuoco vanta un clima temperato subantartico che, ad eccezione dei rilievi, battuti da venti impetuosi, ha una temperatura soprattutto in estate decisamente mite. Il territorio è in gran parte disabitato. Duecentomila turisti invadono ogni anno la Terra del Fuoco e si servono per visitare il Parco - che è la principale attrazione del luogo - del “ Tren de los presos” che nel 1902 serviva per trasportare le rocce basaltiche e il legname che si trovava a 15 km dalla città per la costruzione del Carcere dei Recidivi. Nel 1994, fu rimesso in funzione e da allora è un continuo crescendo di visitatori che salgono su questo trenino in partenza dall’Estaciòn di Fin del Mundo. Istituito nel 1960 il parco, si estende su 63000 ettari ed è visitabile stando comodamente seduti sulle carrozze, attraverso boschi di altissimi lenga, steppe e torbiere, ed una moltitudine di uccelli e mammiferi. Le zone più umide possono ospitare dei guindo, un sempreverde sui cui rami abbondano le piante parassite. Se esposti al vento i guindo assumono una conformazione caratteristica “a bandiera”. In quei giorni, ancorato davanti al porto di Ushuaia lo yacht di Bill Gates ha destato la curiosità del villeggianti e dei residenti. Scoperta da Magellano, isolata dalla storia e dal continente sudamericano la città in passato ha ospitato soprattutto esploratori, criminali e disperati. Oggi la si vuole trasformare in meta esotica. Un nuovo volo interno ci porta a Trelew da dove si raggiunge con un mezzo privato Puerto Madryn, la sede che ci permetterà di visitare l’ultima meraviglia della Patagonia: la Penisola Valdes. E’ come un enorme molo proteso nell’oceano, ed è in questa terra di confine lungo quella striscia di rocce e sabbia che regna l’incerto confine tra oceano e terra, che si è formata la Caleta Valdès, una porzione di terra lunga 32 km. che corre parallela alla costa e il mare. Scorre dentro come un grande fiume al ritmo alterno delle maree. La balena bianca, l’elefante di mare, l’otaria da pelliccia si spingono fin qui per compiere il rito della continuazione della specie, ed è qui che le orche, leoni marini, pescecani e uccelli da preda vengono a reclamare il loro bottino. Gli esemplari maschi di elefante marino possono raggiungere i 6 metri di lunghezza e le 4 tonnellate di peso. Tra agosto e ottobre si danno appuntamento nella Penisola, ed ogni maschio cerca di attirare nel proprio territorio più femmine possibile. Per evitate intrusioni, non le lascia mai sole, rinunciando a mangiare anche per due mesi. Questo lembo di terra collegato alla costa è uno dei maggiori santuari faunistici del mondo. Posto 40 metri sotto il livello del mare costituisce la depressione più profonda di tutto il Sud America e ospita animali tipici delle regioni antartiche. Una pausa al Faro di Punta Delgada e a Punta Norte ci permette di avvicinarci alle innumerevoli specie di animali che qui vivono liberi. Prima del rientro deviamo verso la riserva naturale di Puerto Piramides, un paesino piccolissimo, in cui si trovano tutti i servizi statali e sociali come nei grandi centri. La stupenda baia è considerata uno dei dieci siti più belli del mondo. Il giorno successivo altri 400 km. (tra andata e ritorno) ci aspettano per andare a Punta Tombo per vedere la più grande colonia di pinguini di Magellano. Questi simpatici uccelli in smoking, incapaci di volare, sono molto socievoli, ma non bisogna mai limitare la loro linea di fuga verso il mare altrimenti diventano aggressivi. La riserva di Punta Tombo, lungo la costa dello stato del Chubut, è a tutti i livelli un posto unico ed ineguagliabile. Il primo ad avvistare quelle che definì “ strane papere” fu Antonio Pigafetta, il cronista di Magellano, che toccò queste  terre nel 1520 al seguito del Navigatore.

I pinguini sono molto fedeli. Scelta una compagna, rimangono legati a lei indissolubilmente, insieme scavano, fra le dune sabbiose, un nido a cui ritornano per tutta la vita. Insieme covano ed insieme proteggono le uova dai predatori. Se muore la femmina il maschio si lascia morire, se invece muore il maschio, la femmina si consola e cerca un nuovo compagno. L’incontro con il simpatico animaletto è stata la più grande emozione mai provata. Un pinguino dall’ingresso della sua tana ha cominciato a guardarmi e mentre lo osservavo ha cercato di farmi capire che voleva un incontro ravvicinato. Con voce pacata e cordiale gli parlavo e cercavo di rassicurarlo come se stessi comunicando con un bambino. A quel punto il pinguino ha cercato di allungarsi e di sporgersi con il collo per beccare la mia mano. Non riuscendo, pian piano è venuto avanti e mi ha sfiorato la mano con il suo becco. Poi, è rimasto a guardarmi mentre gli dicevo che dovevo salutarlo. Sembrava che capisse, mi sono alzato piano piano, e mi sono allontanato di qualche passo. Lui mi seguiva ed io continuavo a dirgli che non poteva venire via. Il pinguino ha abbassato la testa, si è voltato ed è ritornato nella tana. Sarei rimasto a guardarlo all’infinito, e, mentre una lacrima rigava il mio volto mi sono allontanato.

La giornata volge al termine, ma, prima del rientro a Puerto Madryn visitiamo l’antica cittadina gallese di Gayman, il comune più antico della regione adagiato sulle rive del fiume Chubut.

In questo grazioso paese sostiamo in una tipica casa da the per gustare la bevanda tradizionale locale che è servita con tantissimi dolci e torte per fare un pieno di calorie senza precedenti.

Attraversiamo la città di Trelew, nodo strategico di vie aeree e terrestri che comunicano con il resto  del paese. Il vero simbolo dell’Argentina del passato (un po’ meno oggi) è il gaucho. Dall’alto del suo cavallo, domina un paesaggio di puri orizzonti e non ha paura perché tutto vede giungere da lontano. Questi indomiti mandriani continuano ad aggirarsi nelle pampas vivendo in solitario isolamento, fermandosi nelle fattorie solo per lavori periodici, come la marchiatura del bestiame. L’epopea di questi orgogliosi vagabondi di un eterno paese di frontiera ebbe inizio, quando nel 1536, gli spagnoli abbandonarono nelle piane intorno a Buenos Aires poche decine di cavalli e capi di bestiame, che si moltiplicarono a dismisura. Il gaucho, cavaliere libero e selvaggio, senza fissa dimora domina da sempre la grande prateria segnata da orizzonti sterminati e panorami stupefacenti. Secondo la tradizione è caratterizzato da un look assolutamente inconfondibile: fazzoletto stretto intorno al collo, cappello, larghi pantaloni, sontuosa cintura di cuoio fermata dalla rastra (fibbia lavorata in oro e argento), l’affilatissimo façon (coltello) l’inseparabile  cavallo, il lazzo, le boleadoras (grosse biglie legate da un laccio, strumento usato per facilitare la cattura degli animali) e il corredo per preparare il mate, la bevanda che accompagna la giornata del Gaucho.

Il mate è un’infusione di ilex paraguayensis (sempreverde simile all’agrifoglio) che contiene una modesta percentuale di caffeina.

È servito in una piccola zucca vuota - o di legno e metallo prezioso - ed è sorbita da solo o da tutti i presenti con un’unica bombilla, una cannuccia metallica in argento o oro con un filtro bombato all’estremità inferiore di forme diverse.

Il rito del mate è un piacevole momento di condivisione famigliare e di socializzazione tra amici. Oggi coinvolge la totalità degli argentini, al di là delle differenze etniche. Il tour è finito, e, mentre lasciamo la Patagonia dall’alto tra le nuvole s’intravedono gli sconfinati pascoli della pampa continuamente sferzati dal Pampero che precipita dalle Ande con grande violenza, e ci sembra di vedere l’ombroso e solitario gaucho sparire dietro le colline al passo scandito dal cavallo.