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Marocco

storia antica e realtà di oggi

febbraio 2003

Il Marocco è caratterizzato da quattro grandi sistemi montuosi, il Rif, il Medio Atlante, l’Alto Atlante e l’Anti Atlante, con vette che superano anche i 4000 metri. La gran catena dell’Alto Atlante, barriera di foreste e di nevi perenni, divide il Marocco in due mondi: il Nord delle grandi città storiche e il Sud, mondo di pastori, villaggi, fortezze di terra, oasi e soprattutto deserto.

Il Marocco non si rivela facilmente, lo si deve ricercare, sondare e vivere senza fretta con la consapevolezza di trovarsi in un paese di straordinaria storia e cultura. Per scoprire l’anima di questo popolo occorrerà disporsi all’attenta osservazione dei volti, dei costumi, dei montanari berberi tra i quali emerge lo scrupoloso rispetto della tradizione, come nel secolo scorso, e di tanto altro ancora.

Febbraio 2003 – Atterriamo a Casablanca, città con più di tre milioni di abitanti e subito raggiungiamo Rabat orgogliosa capitale dai due volti, quello antico della città fortezza islamica, e quello moderno che accoglie le influenze architettoniche e culturali del mondo occidentale. Inizia un viaggio alla scoperta delle quattro città imperiali: Rabat – Meknès – Fès – Marrakech, dove passato e presente si mostrano in perfetta simbiosi.

Scopriamo il sud, con le sue kasbe nel deserto sahariano per cogliere le linee architettoniche ed i colori che dall’alba al tramonto trasformano i villaggi e il paesaggio in un luogo senza tempo.

La Città di Rabat, residenza del Re e sede del governo dal 1912 giace sotto ad un pallido sole. Al palazzo reale avviene il cambio della guardia. Raggiungiamo poi il Mausoleo di Mohammed V e la Tour Hassan, l’opera più fascinosa rimasta incompiuta, per poi scendere ai bastioni di Salé sullo spettacolare Atlantico, famosa per le ceramiche.

A Rabat è costante il blu intenso del mare e del cielo. Un blu rannicchiato nello scrigno ocra delle sue mura, nei cortili della medina, nei mosaici delle sue fontane. Una città bianca – incastonata nel blu – con un minareto che gioca con le nuvole. Attraversiamo la regione più bella del Nord con dolci colline coltivate a ulivi e vite ed arriviamo sotto un acquazzone freddo e pungente a Meknès, la seconda città imperiale. Osserviamo le possenti mura color ocra, palazzi, moschee, fontane, giardini, scuderie e la più bella porta di tutto il Marocco, la Bad El-Mansour, riccamente decorata.

Nei pressi sorge da più di venti secoli l’antica città romana di Volubilis. Staccandosi nettamente dal mondo arabo, ricorda la presenza di Roma con la sua urbanistica, monumenti e mosaici. Il nome di Volubilis probabilmente derivato dal berbero, Oualili, significa oleandri, pianta che cresce in abbondanza nelle zone ricche d’acqua. La città le cui vestigia più antiche risalgono almeno al III secolo a.C., si estende su circa 40 ettari, scavati solo in parte.

Molto bella la casa di Orfeo per la sua vastità e per la ricchezza decorativa. Imponente l’arco di trionfo o arco di Caracalla che domina la vallata sottostante.

Volubilis è stata inserita nella lista del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco nel 1997.

Su una collina vicina domina il monte Zerhoun coronato dalla città santa di Moulay Idriss il luogo più visitato del Marocco. La città, con i suoi tetti verdi, riluce al tramonto con bagliori cangianti.

Il sole è tramontato quando arriviamo a Fès la più antica delle quattro città imperiali.

Ha origini illustri ed è depositaria della più raffinata eredità arabo-andalusa di Spagna.

Gli arabi dell’Andalusia introdussero l’arte e il sapere di una civiltà, come testimoniano le decorazioni stupende, gli stucchi e i mosaici della Moschea degli Andalusi e della medersa (scuola) Es-Sahrij, ricca di archetti moreschi, colonne e intarsi.

La città è circondata da 15 chilometri di mura. Ammiriamo dall’alto quell’oceano di tetti piatti irti di minareti. La dolce cascata di terrazze che scivolano lungo i versanti del Uadi Fès, da cui sale appena un brusio, è stupefacente. Nella città vecchia, tortuosa e labirintica scopri un’attività frenetica.

Un’infinità di passaggi, scale, cortili sfociano in un groviglio di vicoli con botteghe di gioielli in argento e vassoi di rame, vasellame dipinto di blu di Fès, stoffe coloratissime, dolci al miele, spiedini di agnello, mandorle tostate, e spezie di tutti i tipi.

Fès è una città da scoprire con calma, e tra la gente lasciarsi investire dai profumi che si mescolano agli afrori nauseanti delle concerie. Le stradine che vi accedono sono percorse da asini stracarichi di pelli dall’odore inconfondibile.

Dall’alto del quartiere della concia, odorando menta per attenuare i miasmi della concia, si vedono centinaia di bacini circolari pieni di liquidi colorati con zafferano, papavero, indaco, menta e antimonio da miscelare per ottenere varie sfumature di nero. Dai portali d’oro del Palais Royal e dopo un ultimo sguardo alla porta azzurra Bad Boujeloud che si trova sulla stessa piazza, ci congediamo da Fès. Attraversando il Medio Atlante ricoperto da foreste di cedri ci avviamo verso Erfoud, alle porte del Sahara. Durante il trasferimento sostiamo a Ifrane cittadina definita la Svizzera del Marocco con tanta neve e chalet come sulle nostre Alpi.

La spessa coltre di neve ci accompagna sino al passo di Tizi-n-Talrhemt ad un’altezza di 1907 metri.

A Aguelmane Di Sidi-Ali passeggiamo lungo le rive del lago le cui acque azzurrissime sono circondate da un soffice manto nevoso.

Attraversando le gole del Ziz, gli ocra e i rossi si diffondono in mille sfumature. In lontananza ci appare Erfoud nel palmeto di Tafilalet che ci accoglierà per la sosta notturna.

Alle ore 3,30 sveglia per tutti. Fuori, nel freddo pungente del Sahara, ci attendono le jeep che in poco più di un’ora di deserto ci porteranno a Merzouga, località famosa per le sue splendide dune dorate.

La notte è ancora molto scura, e l’impressionante successione di dune si intravede appena. Sul mare di dune dove gioca il vento, l’occhio non trova ostacoli ed ecco che il deserto ci regala i suoi grandi spazi sotto il blu, trapunto di stelle, in questa notte magica.

L’attesa dell’alba è finita. All’improvviso la grande palla di fuoco illumina la scena. Le dune sembrano agitarsi, i contrasti si evidenziano sempre più e tutto diventa velato da un’impalpabile polvere d’oro. La prossima meta è il villaggio di Rissani, dalla bella struttura urbana con una costruzione fortificata al centro. La sua fama è legata soprattutto al mercato in cui vengono venduti i migliori datteri del Marocco. L’agglomerato urbano è stato costruito in prossimità delle rovine di Sijilmassa, mitica capitale del Tafilalet.

A Tinerhir visitiamo il quartiere ebraico ove, il tempo sembra essersi fermato. Una scena da girone infernale ci lascia turbati.

Al mattino dopo colazione nel palmeto locale, ci perdiamo nell’unicità dei colori ocra delle vecchie mura che abbarbicate alla montagna paiono svanire nel nulla. Visitiamo le gole del Todra, tra ulivi, acacie, melograni, tra mandorli in fiore s’innalza imponente la Kasbah Del Glaoui. Abbandonata a se stessa, sta subendo l’ingiuria del tempo. All’interno della grande gola con le sue pareti a picco, il sole filtra appena e l’effetto è stupefacente. Per la valle di Dadès si raggiunge Ouarzazate i cui villaggi di antica fondazione disseminati lungo le strade, sono splendidi esempi di case-fortezza. Qui la terra è chiara, giallo paglierino, e al tramonto le facciate delle case assumono un caldo colore dorato. A Ouarzazate ci fermiamo due notti. La città nuova è costruita attorno all’arteria principale, ai piedi di una grande Kasbah, che controllava da una collina gli accessi delle due valli. Costruita in terra con mattoni di argilla cruda semplicemente seccati al sole con la grande facciata ricca di decorazioni e di torri, è ora monumento nazionale.

Il Marocco da sempre è anche il paese dove il cinema internazionale ha messo le radici. Questo è il luogo dell’avventura in cui donne fatali, legionari e spie sono stati protagonisti di passioni e di travolgenti intrighi internazionali che hanno raccolto i nomi più importanti della cinematografia mondiale. Nel 1930 il regista Von Sternberg iniziò a girare in Marocco. Seguiranno Julien Duvivier, Orson Welles, Alfred Hitchcock nel celeberrimo "L’uomo che sapeva troppo", Michael Curtiz che realizzò "Casablanca", Pasolini che nel 1967 girò "L’Edipo re", Bernardo Bertolucci ambientò la riduzione cinematografica tratta dal libro "Tè nel Sahara" e tanti altri ancora. Ed è proprio a Ouarzazate che negli ultimi decenni gli Studios "Atlas" hanno contribuito alla realizzazione di film di grande levatura, nonché tutti gli episodi della Bibbia per la TV.

Il giorno seguente verso il grande sud raggiungiamo Zagora attraversando la valle del Draa. Lungo il tragitto emerge il maestoso nastro verde dei palmeti che tagliano come una lama la terra color polvere. Incastonati tra le montagne bruciate dal sole che si interpongono tra il deserto e l’Alto Atlante innevato, sorgono i Ksour, torri di avvistamento fortificate, incorporati nelle muraglie dei villaggi continuamente erose dal vento e dalla sabbia del Sahara. Di una torre non resta in piedi che un muro sbrecciato, una ferita profonda è la finestra di una casa. Ma fra le pietre si scorgono segni di vita: un asino raglia dietro una porta chiusa, un profilo di donna appare e svanisce rapidamente nell’ombra di un atrio, alcuni panni spiccano in un cortile, una finestra di ferro battuto sembra pitturata di fresco. Arriviamo a Zagora "l’antica porta del deserto" dove un tempo facevano sosta le carovane cariche d’oro che giungevano da Tombouctou. Ed è qui che ancora oggi si può vedere il cartello con la scritta "Tombouctou 52 giorni". Ogni sabato si tiene un vivacissimo mercato frequentato dagli uomini blu, i nomadi Tuareg. Siamo ormai agli avamposti dei grandi territori sahariani. Lasciamo il grande Sud con il suo oceano di sabbia e ci dirigiamo – dopo una seconda sosta a Ouarzazate – verso Marrakech. Il lungo nastro d’asfalto di 200 chilometri si snoda lungo vallate e alture ricche di foreste di querce di sughero per portarci sulla sommità del passo del Tizi-n-Tichka (il passo dei pascoli) sferzato continuamente da un vento freddo e pungente. Siamo a 2260 metri d‘altezza ed ecco apparire, avvolta da una verdeggiante oasi, Marrakech, l’abbagliante e superba capitale del Sud. Circondata da una cinta muraria risalente al XII secolo, la città rossa appare in tutto il suo splendore. Qui tutto converge nella piazza Jemàa El-Fna brulicante di musici, danzatori, guaritori, cantastorie, incantatori di serpenti, giocolieri, illusionisti. Dall’alto di una terrazza mentre beviamo un tè alla menta osserviamo l’insieme fantasmagorico di una delle più particolari piazze del mondo. E poi, quando le lampade e le stelle si accendono, le spirali di fumo si innalzano dalle carni arrosto, dal couscous e intrugli cucinati all’aperto, misto di odori invade l’aria della notte. Seguendo colori, suoni e profumi si entra nella medina con il suo grande Souk, sotto tende multicolori. Dentro a stanzette uomini cesellano piatti di rame, lavorano il legno con mani e piedi, e fanno ricami in ferro battuto. E’ il fascino del labirinto dal quale si esce all’improvviso, come si era entrati, passando dalla luce all’ombra e viceversa. Poi di colpo, come giri l’angolo una porta socchiusa svela un palazzo dal vasto patio dove zampilla una fontana . A Marrakech tutto è da vedere: la bellezza fredda e muta delle Tombe Saadiane, la Medersa (scuola) Ben Youssef, le imponenti vestigia del Palazzo el Badi costruito da Ahmed el Mansour in oro, onice e marmo italiano. Il bellissimo Palazzo della Bahia si affaccia su piccole aree verdi impregnate dal profumo di gelsomino e arancio. La visita dei giardini, offre l’occasione di uscire dalle antiche e possenti mura attraverso la più bella porta della città. Ci inoltriamo nella "palmerie" con i suoi 1300 ettari di palme, aranci, olivi, mele e melograni. Dai giardini della Menara, l’occhio spazia oltre le mura rossastre sulle cui sommità nidificano centinaia di cicogne per posarsi sulla superba Koutoubia che protegge da 800 anni questa indimenticabile, caotica e mitica città.

Lasciamo la rossa Marrakech avvolta in una luce dorata mentre, lontano, le cime innevate dell’Alto Atlante la rendono simile ad un miraggio fissato nel tempo.